1. Trovare il coraggio

    Serve più coraggio a questo Paese. Ne parlavo l’altra sera col saggio Edward alla riunione della Fondazione “amici della Lockheed”.
    È che non abbiamo le palle di sgozzare gli islamici: le nostre radici cristiane ci hanno infettato col morbo della tolleranza.

    E mentre gli zingari si prendono Roma, i napoletani ci rovinano le home page con le loro lagne. “Che cazzo vogliono?”, mi urla Maria Giovanna alla presentazione del libro di Chicco Testa “Shale gas? Yes, in your backyard”. È incazzata Maria Giovanna, e ha ragione da vendere, e non solo perché questo Martini fa schifo, neanche un dito di gin. “Uno non porta il casco, non si ferma allo stop. E il povero carabiniere che deve fare, se non accopparlo? La multa? Ah, la solita sinistra. Se si leggessero Pasolini…”

    Comunque questo è un Paese bloccato. “Guai a parlare di articolo 18! Guai a dire che è un totem! Uno non può dire neanche 987.653 volte che l’articolo 18 è un totem, uno non può neanche dare fuoco allo Statuto dei lavoratori, che quelli subito…”. Antonio, il nuovo direttore del Corriere del Mezzogiorno, è fuori di sé. E non solo perché Brazzers ha aumentato a 3,99 dollari la quota associativa settimanale. Quasi mi travolge all’inaugurazione del circolo pd “Margaret Thatcher” in via dell’Umiltà. “Ma come, gli levi la pensione, gli precarizzi il lavoro, gli abbassi gli stipendi… E il lavoratore che fa? Invece di dirti ‘grazie, finalmente avete spezzato le catene della sinistra, quelle che mi impedivano di suicidarmi‘, prende e ti protesta?”

    “Ci vuole coraggio”, mi sussurra Maria Elena all’aperitivo offerto dal think tank Bling-Lab. “Ci vuole gente come Sergio, il presidente del Piemonte. Non è facile essere presidente della Compagnia di San Paolo, a Torino. Bisogna farsi un culo così per sedersi su quella poltrona, e prima ancora su quella di deputato e di sindaco. Ci vuole lo sprezzo del pericolo del trapezista per stare prima con D’Alema quando è forte D’Alema, poi con Veltroni quando è forte Veltroni, poi con Franceschini quando è forte… Franceschini, e poi con Renzi quando è forte Renzi. Ci vuole coraggio a dire “sì, la Tav Torino-Lione si deve fare, la Coop Cmc la costruisce, Intesa San Paolo la finanzia, e io, che con la San Paolo e le Coop non c’entro un fico secco, la benedico”.

    Coraggio, #DioRiparte
    #AdessoCristo
    #LaMadonnaBuona

    “Coraggio”. E io dove lo trovo? Quattro piani sono sempre quattro piani. E se poi cado su una macchina?

    Ho un’idea: leggo un commento di Pigi. Tanto poi lo twitta Claudio, che oltre allo shortlink ci mette sempre il carico da 90. Alla prima replica delle zecche, non vuoi che ti insorga Christian? E quando le zecche iniziano a scatenarsi su Christian, arriva Luca col Superfaustalpiretro. A quel punto ci vorrà del coraggio a non prendere la rincorsa.

    http://www.frankezze.it/amarezze/trovare-il-coraggio/

  2. Si può odiare di più

    L’odio è il sentimento che mi mantiene in vita, è la panacea che mi ha guarito dall’amore, è il panino secco del muratore rumeno, è il Sacro Graal del nazareno, è tutta una serie di metafore simili per rendere l’idea.
    Sono bravo in poche cose nella vita, sono molto bravo in una sola cosa nella vita: sono bravo ad odiare. Sono il Federer del rancore, sono il Lebron James del risentimento, sono l’Ayrton Senna da Silva dell’acredine, sono una serie inutile di similitudini iperboliche tipo quelle che hanno reso famoso Oltreuomo.

    Recentemente avevo mollato la presa, odiavo di meno, non so perché, forse perché avevo odiato così tanto in questi anni che mi sentivo in dovere di diminuire, di rallentare, anche perché Erich Priebke aveva cambiato la sua immagine di profilo con la mia e da laggiù mi faceva ciao ciao con la manina. Il mio periodo di calo dell’odio è durato poco però, c’è da dire questo, perché ho trovato una nuova ragione di avversione, una nuova tecnica di ostilità: adesso proietto tutte le vostre cacate che scrivete sui socialini nella vita reale.

    Vi spiego meglio. Condividete l’ultimo post di Luca Sofri che ci spiega la tecnica migliore per camminare come Gramellini, e allora io immagino te, faccia di cazzo, che mi fermi per strada mentre sto andando a comprare l’ultimo numero di “Odia la musica balcanica” (Cairo Editore) e mi fai “ehi, lo sai che Luca Sofri ha detto che per camminare come Gramellini devi essere Gramellini? Guarda che Sofri ne aveva già parlato qui e qui e adesso se vuoi fare polemica gratuita antisemita quella è la porta, andare“.

    Immagino te, pezzo di coglione, che mi fermi per strada mentre sto andando a pestare mia zia per farmi ascoltare l’ultima canzone di Dente, tu che mi leggi ad altra voce l’ennesima classifica di merda di Oltreuomo su una delle ultime tendenze (tipo i 10 modi per battere le mani ai funerali) mentre sto cercando di fare la siesta pomeridiana al Verano, tu che mi rassicuri sul fatto che adesso sei al California Bakery mentre cerco di cacare, tu che mi mostri il tuo gattino che legge “Stoner” di Williams, tu che mi vuoi far sapere a tutti i costi che ti sei fidanzato ufficialmente con uno sportello posteriore di una Nissan Micra usata mentre piscio sulla foto di Pino Insegno, tu che ti rallegri del fatto di aver aggiunto 184 foto all’album “Semplicemente Cilento”, tu che mi vuoi mostrare l’alluce con lo smalto rosso-Cogne, tu che l’hai letto su Vice, tu che Zoro è bravo a far tutto, tu con Quit The Doner, con Wes Anderson, tu, tu e tu, grazie a voi, adesso odio molto di più.

  3. Mentre le immagini del bombardamento della striscia di Gaeta e i carrarmati schierati al confine infiammano il dibattito sul conflitto sabino-laziale, cerchiamo di sintetizzare, limitandoci all’esposizione dei fatti, la storia di una guerra che dal 1947 insanguina una regione conosciuta fino ad allora come Lazio.
Una storia di odio fra due popoli che non si riconoscono. Per i sabini non esiste il Lazio e non esistono i laziali, ma solo quelli che con disprezzo vengono chiamati italiani. Per i laziali e gli altri Stati italiani non esiste la Sabina ma solo quella che viene bollata come entità burina.
Furono le Nazioni Unite, nel novembre del 1947, a riconoscere il diritto dei sabini di avere un proprio Stato in quella terra dove i romani li sconfissero e li cacciarono oltre duemila anni prima (vedi Ratto delle Sabine e guerre romano-sabine).
I sabini, già dalla fine dell’Ottocento, avevano fatto ritorno nel Lazio in numero sempre crescente. Un ritorno fomentato dal Sabinismo, movimento ispirato dal giornalista e pensatore Claudio Tiburtino, che auspicava la fondazione di uno Stato sabino. Non senza attriti con la popolazione laziale, dalle poche migliaia dei primi anni del Novecento i sabini reinsediati nella regione erano diventati mezzo milione alla fine della seconda guerra mondiale.
L’Onu decise di creare due Stati: uno sabino, che comprendeva il 56% del territorio e con una popolazione di mezzo milione di sabini e mezzo milione di laziali; e uno laziale, esteso sul 42% del territorio, con una popolazione di ottocentomila laziali e poche migliaia di sabini. Il rimanente 2% era l’area di Roma, città santa per le tre religioni (sabina, laziale e cattolica), sarebbe diventata una zona separata sotto l’amministrazione dell’Onu.
Ai laziali l’Onu assegna l’intera provincia di Rieti; parte della provincia di Roma con confine occidentale a Monterotondo-Tivoli; parte della provincia di Frosinone con confine meridionale ad Alatri. Questa zona viene chiamata Cismolise. Più due exclavi: la striscia di Gaeta, che inizialmente arrivava fino a Terracina, e parte della provincia di Viterbo comprendente Vetralla, Montalto di Castro e Tarquinia.
Fu subito guerra: il primo conflitto italo-sabino del 1948-49. Nel maggio 1948 gli eserciti di Campania, Abruzzo, Toscana, Molise e Puglia decidono di attaccare i sabini. Vinsero i sabini, annettendosi l’intera exclave laziale nel Viterbese e avanzando nel Cismolise, in particolare nelle province di Roma e Frosinone. La striscia di Gaeta fu occupata dalla Campania. Oltre 700 mila profughi italo-laziali dovettero abbandonare le zone occupate dai sabini.
Nel 1956 scoppiò la seconda guerra italo-sabina. Lo Stato sabino, preoccupato per il riarmo della Campania, decise per un attacco preventivo che lo portò ad annettersi tutta la striscia di Gaeta e la parte pianeggiante della provincia di Caserta fino ad Aversa.
Nel 1967 ci fu un terzo conflitto, detto “la guerra dei sei giorni“. Fu una fulminea offensiva dei sabini, preoccupati perché Abruzzo, Campania e Molise stavano ammassando truppe lungo i confini. In pochi giorni sconfissero gli eserciti di tre Stati, occupando la città di Roma e parte dell’hinterland. E non riconoscendo pieni diritti di cittadinanza ai laziali residenti in quelle zone.
La guerra del Carmelo (correva l’anno: 1973). Nel giorno più sacro per i sabini, quello della processione per la Madonna del Carmelo di Montegrottone, Campania e Abruzzo attaccano Sabina. Inizialmente hanno la meglio, poi prevalgono ancora una volta le forze sabine.
Gli accordi di Campo Imperatore (correva l’anno: 1978). Con la benedizione dell’allora presidente Usa Jimmy Carter, a Campo Imperatore viene stipulato uno storico accordo fra sabini e campani. La Sabinia si impegna a restituire alla Campania la zona occupata nella provincia di Caserta. In cambio la Campania, primo Stato italiano a farlo, riconosce lo stato sabino.
Negli 1978, nel 1982 e nel 2006 la Sabinia entrò tre volte in guerra con la Toscana. Nel frattempo il processo di pace fra sabini e laziali fa un nuovo passo in avanti con gli accordi di Osimo (correva l’anno: 1993) che stabilivano la nascita dell’Autorità Nazionale Prenestina, organo di autogoverno dello stato laziale, e un progressivo ritiro dei sabini dalla striscia di Gaeta e dal Cismolise, divisi in zone A (pieno controllo laziale), B (controllo militare sabina e civile laziale) e C (pieno controllo sabino).
Rinviamo ad altra sede il racconto della prima rivolta laziale (1987-1983), della seconda (2000) e della terza (2007-2008), così come la nascita nel 1987 degli Irriducibili, costola laziale dei Fratelli Italiani, e le spaccature interne fra Olp (Organizzazione per la Liberazione della Prenestina) e Irriducibili.
Basti sapere che dal 2005 Sabinia ha deciso il ritiro completo dalla Striscia di Gaeta. E che dal 2002 è iniziata la costruzione del muro, detto “Barriera di separazione sabina“, che ingloba quasi la totalità delle colonie sabine e dei pozzi d’acqua. In alcuni punti il muro è 28 km più avanti rispetto alla Linea Verde che dovrebbe garantire il confine del Cismolise, fra le proteste dei laziali.
Il resto è storia di oggi. Sabinia controlla quasi tutto il Cismolise. L’Autorità Nazionale Prenestina non conta nulla. Gli Irriducibili sono asserragliati nella trappola per topi della Striscia di Gaeta. Dove l’esercito sabino bombarda i porti di Gaeta e Formia e presidia il valico di Minturno, colpendo tutti i tunnel dei rifornimenti e del contrabbando che collegano la Striscia con l’Agro Casertano.

    Mentre le immagini del bombardamento della striscia di Gaeta e i carrarmati schierati al confine infiammano il dibattito sul conflitto sabino-laziale, cerchiamo di sintetizzare, limitandoci all’esposizione dei fatti, la storia di una guerra che dal 1947 insanguina una regione conosciuta fino ad allora come Lazio.

    Una storia di odio fra due popoli che non si riconoscono. Per i sabini non esiste il Lazio e non esistono i laziali, ma solo quelli che con disprezzo vengono chiamati italiani. Per i laziali e gli altri Stati italiani non esiste la Sabina ma solo quella che viene bollata come entità burina.

    Furono le Nazioni Unite, nel novembre del 1947, a riconoscere il diritto dei sabini di avere un proprio Stato in quella terra dove i romani li sconfissero e li cacciarono oltre duemila anni prima (vedi Ratto delle Sabine e guerre romano-sabine).

    I sabini, già dalla fine dell’Ottocento, avevano fatto ritorno nel Lazio in numero sempre crescente. Un ritorno fomentato dal Sabinismo, movimento ispirato dal giornalista e pensatore Claudio Tiburtino, che auspicava la fondazione di uno Stato sabino. Non senza attriti con la popolazione laziale, dalle poche migliaia dei primi anni del Novecento i sabini reinsediati nella regione erano diventati mezzo milione alla fine della seconda guerra mondiale.

    L’Onu decise di creare due Stati: uno sabino, che comprendeva il 56% del territorio e con una popolazione di mezzo milione di sabini e mezzo milione di laziali; e uno laziale, esteso sul 42% del territorio, con una popolazione di ottocentomila laziali e poche migliaia di sabini. Il rimanente 2% era l’area di Roma, città santa per le tre religioni (sabina, laziale e cattolica), sarebbe diventata una zona separata sotto l’amministrazione dell’Onu.

    Ai laziali l’Onu assegna l’intera provincia di Rieti; parte della provincia di Roma con confine occidentale a Monterotondo-Tivoli; parte della provincia di Frosinone con confine meridionale ad Alatri. Questa zona viene chiamata Cismolise. Più due exclavi: la striscia di Gaeta, che inizialmente arrivava fino a Terracina, e parte della provincia di Viterbo comprendente Vetralla, Montalto di Castro e Tarquinia.

    Fu subito guerra: il primo conflitto italo-sabino del 1948-49. Nel maggio 1948 gli eserciti di Campania, Abruzzo, Toscana, Molise e Puglia decidono di attaccare i sabini. Vinsero i sabini, annettendosi l’intera exclave laziale nel Viterbese e avanzando nel Cismolise, in particolare nelle province di Roma e Frosinone. La striscia di Gaeta fu occupata dalla Campania. Oltre 700 mila profughi italo-laziali dovettero abbandonare le zone occupate dai sabini.

    Nel 1956 scoppiò la seconda guerra italo-sabina. Lo Stato sabino, preoccupato per il riarmo della Campania, decise per un attacco preventivo che lo portò ad annettersi tutta la striscia di Gaeta e la parte pianeggiante della provincia di Caserta fino ad Aversa.

    Nel 1967 ci fu un terzo conflitto, detto “la guerra dei sei giorni“. Fu una fulminea offensiva dei sabini, preoccupati perché Abruzzo, Campania e Molise stavano ammassando truppe lungo i confini. In pochi giorni sconfissero gli eserciti di tre Stati, occupando la città di Roma e parte dell’hinterland. E non riconoscendo pieni diritti di cittadinanza ai laziali residenti in quelle zone.

    La guerra del Carmelo (correva l’anno: 1973). Nel giorno più sacro per i sabini, quello della processione per la Madonna del Carmelo di Montegrottone, Campania e Abruzzo attaccano Sabina. Inizialmente hanno la meglio, poi prevalgono ancora una volta le forze sabine.

    Gli accordi di Campo Imperatore (correva l’anno: 1978). Con la benedizione dell’allora presidente Usa Jimmy Carter, a Campo Imperatore viene stipulato uno storico accordo fra sabini e campani. La Sabinia si impegna a restituire alla Campania la zona occupata nella provincia di Caserta. In cambio la Campania, primo Stato italiano a farlo, riconosce lo stato sabino.

    Negli 1978, nel 1982 e nel 2006 la Sabinia entrò tre volte in guerra con la Toscana. Nel frattempo il processo di pace fra sabini e laziali fa un nuovo passo in avanti con gli accordi di Osimo (correva l’anno: 1993) che stabilivano la nascita dell’Autorità Nazionale Prenestina, organo di autogoverno dello stato laziale, e un progressivo ritiro dei sabini dalla striscia di Gaeta e dal Cismolise, divisi in zone A (pieno controllo laziale), B (controllo militare sabina e civile laziale) e C (pieno controllo sabino).

    Rinviamo ad altra sede il racconto della prima rivolta laziale (1987-1983), della seconda (2000) e della terza (2007-2008), così come la nascita nel 1987 degli Irriducibili, costola laziale dei Fratelli Italiani, e le spaccature interne fra Olp (Organizzazione per la Liberazione della Prenestina) e Irriducibili.

    Basti sapere che dal 2005 Sabinia ha deciso il ritiro completo dalla Striscia di Gaeta. E che dal 2002 è iniziata la costruzione del muro, detto “Barriera di separazione sabina“, che ingloba quasi la totalità delle colonie sabine e dei pozzi d’acqua. In alcuni punti il muro è 28 km più avanti rispetto alla Linea Verde che dovrebbe garantire il confine del Cismolise, fra le proteste dei laziali.

    Il resto è storia di oggi. Sabinia controlla quasi tutto il Cismolise. L’Autorità Nazionale Prenestina non conta nulla. Gli Irriducibili sono asserragliati nella trappola per topi della Striscia di Gaeta. Dove l’esercito sabino bombarda i porti di Gaeta e Formia e presidia il valico di Minturno, colpendo tutti i tunnel dei rifornimenti e del contrabbando che collegano la Striscia con l’Agro Casertano.

  4. Dal selfie secondo Matteo

    Dal selfie secondo Matteo

  5. Magari, da una prospettiva leggermente più chiara, riuscite ad ammirare meglio il bel mondiale di merda dei bianchissimi Thiago Motta e Cassano, ad esempio.

    Magari, da una prospettiva leggermente più chiara, riuscite ad ammirare meglio il bel mondiale di merda dei bianchissimi Thiago Motta e Cassano, ad esempio.

    balotelli

  6. E che non si dica che la nostra satira non è irriverente.

    E che non si dica che la nostra satira non è irriverente.

  7. L’intervista del cattivello Mannarino

    Di buon mattino abbiamo sbattuto il naso, ancora indolenzito dall’iperattivi

    tà aspiratoria della notte, contro l’intervista post-arresto-pre-iniziodeltour di Mannarino, rovinandoci irrimediabilmente la giornata. A prescindere dal risultato di Italia – Uruguay. Vogliamo rovinarla anche a voi.

    Buon divertimento http://www.frankezze.it/nanni-nostri/lintervista-cattivello-mannarino/

  8. ACLAP
All Cops Applaudono

    ACLAP

    All Cops Applaudono

  9. Contro la canonizzazione di Pier Paolo Pasolini a Santo Patrono della Celere.

    Contro la canonizzazione di Pier Paolo Pasolini a Santo Patrono della Celere.